Siamo tutti classificabili come homo oeconomicus. Chi più, chi meno. Il nostro interesse personale, per alcuni definito anche razionale, è primo nella scala dei valori. Il nostro unico scopo è massimizzare il nostro profitto. Siamo amorali. Quando siamo all’interno delle dinamiche dei mercati volatili e fluttuanti guardiamo solo al nostro tornaconto. Il nostro margine.

In un mercato perfettamente competitivo, la nostra fisionomia egoistica e individualistica potrebbe anche funzionare. La mano invisibile di Adam Smith assume che ogni scelta individuale positiva tende a massimizzare il benessere complessivo. Questo, come nei mercati finanziari e/o valutari. Vedo che il prezzo sale, compro sperando che possa salire ancora di più. Si va poi ad innescare una reazione a catena, la domanda dell’uomo individualista continua a crescere speranzosa di massimizzare il proprio investimento, portando il valore dell’asset a salire esponenzialmente. Qualcuno poi venderebbe per riscuotere il proprio margine, ma contemporaneamente altri homini oeconomici garantirebbero una domanda stabile e quindi solo un lieve assestamento del valore, valutando comunque il trend positivo dell’asset nel futuro. In una dinamica del genere, il mercato garantirebbe il massimo rendimento (un surplus complessivo) a tutti gli agenti nel ecosistema.

Dov’è il problema? Semplice. Non siamo in un mercato perfettamente competitivo. Nel mercato delle cryptovalute ( e in generale azzarderei in qualsiasi mercato speculativo) non c’è omogeneità tra i traders. C’è una eterogeneità così assoluta che l’investitore marginale può determinare le condizioni del valore del asset a seconda del suo ottimismo e/o pessimismo. Andando a paragonare il mercato delle cryptovalute, si può notare una sottile, ma non troppo, somiglianza con il mercato delle dot.com dagli inizi del 1998 fino al Febbraio del 2000. Grandissima iniezione di capitali, grande differenza tra i wallets degli investitori e alti rendimenti nel breve periodo. Non vogliamo trarre conclusioni, ma consiglierei a tutti i lettori di valutare molto attentamente i rischi primi di investire del denaro e/o dei risparmi.

C’è un problema anche a livello ideologico. L’idea di un mercato democratico, decentralizzato e distribuito, ma soprattutto le cui dinamiche si sarebbero dovute allontanare da quelle infami dei grandi mercati istituzionali e centralizzati, governanti dai grandi centri di potere, non si è verificata. Aggiungerei che purtroppo si può notare come il vero problema non sia la struttura di un sistema centralizzato o decentralizzato, ma dallo spirito spietatamente individualista di coloro che ne fanno parte.

Negli ultimi due giorni abbiamo visto tutti come sia Bitcoin (BTC), sia Ether (ETH) abbiano perso rispettivamente quasi il 20% l’uno. Tanti se lo aspettavano, detto sinceramente anche io avevo pensato che queste crescite così repentine non fossero del tutto organiche, ma sfortunatamente questo è ancora dato da una oligarchia, americana e cinese, nell’intero sistema.

Soluzioni? Vitalik ha comunicato qualche mese fa di voler cambiare il protocollo con cui vengono distribuiti durante il mining i tokens entro fine 2018. Dal Proof-of-Work al Proof-of-Stake. Questo potrebbe almeno in parte risolvere il problema dell’accentramento di coins in poche mani (le mining farm sono aziende private). Purtroppo, le soluzioni non sono semplici da trovare. Sicuramente Satoshi Nakamoto non sarebbe felice di aver riprodotto la stessa tipologia di mercato uguale a quello che lui criticava nel suo White Paper.

Author: Jacopo Sesana

Frequento il corso “Philosophy, International and Economics Studies” a Venezia, presso l’Università “Cà Foscari”. Scrivo per informarmi e per informare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *